Accordo in Ue sul salario minimo. Siamo davvero alla risoluzione, cosa dice il Mise?

Non siamo più agli albori di una definizione di regole per l’applicazione del Salario minimo garantito. Saranno però necessari studi corretti e mirati, e si dovrà arrivare a stabilire un percorso risolutivo. Non può essere più tollerata una disparità salariale solo per il fatto di prestare servizio in un’azienda piuttosto che in un’altra. La crescita sociale ed economica dei Paesi ha l’obbligo di tener conto delle condizioni di tutti i lavoratori, impedendo ad alcuni di approfittare di condizioni di svantaggio contingenti al momento ed al territorio.

La visione, o per meglio dire, “la previsione”, dell’economia dell’Europa non offre al momento certezze e i tassi inflattivi tendono al superamento dell’8%, malgrado queste condizioni tuttavia, la Ue arriva ad un accordo sul salario minimo.

Si tratta di un accordo provvisorio ma che getta basi solide allo sviluppo di un accordo definitivo e affinato sui salari. Fissare un minimo orario retributivo non vuol dire che a Roma ci saranno i medesimi compensi in busta paga di quelli percepiti a Parigi o a Berlino. Il salario minimo significa però che ogni Stato membro avrà l’obbligo di fornire condizioni salariali dignitose.

Il parere del Commissario del Lavoro in Ue

Nicolas Schmidt, il Commissario Ue per il Lavoro, ha definito questo passo “un punto di svolta”. Ha precisato che tutto ciò sarà fondamentale per “combattere la povertà interiore ma anche al rafforzamento dell’idea di economia sociale di mercato”.

Come avverranno gli adeguamenti

Gli Stati membri dalla UE provvederanno all’aumento del salario minimo sulla base del paniere di beni e servizi per la casa. Dovranno tener conto del salario medio lordo. Fisseranno i propri obiettivi e li attueranno. Il mondo dell’imprenditoria però mostra qualche preoccupazione per quello che potrebbe tradursi in costi più elevati.

La rassicurazione del PPE

Dennis Radtke, eurodeputato del Partito popolare europeo ammette di comprendere la preoccupazione di alcune aziende, ma precisa che l’impatto economico sulle stesse, “sarà davvero contenuto”.

Paesi contrari

Ci sono poi Paesi contrari alla direttiva, come Danimarca e Svezia che non vedono di buon occhio “l’intromissione” della Ue nelle questioni salariali. Si dicono preoccupati per il loro sistema di “contrazione collettiva”.

In Italia

Secondo il ministro dello Sviluppo Economico, Giancarlo Giorgetti, tale misura in Italia è utile solo per alcuni settori. Teme inoltre che questo possa penalizzare la contrattazione.

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