Tra demagogia e realtà, le proposte di Jenne e Trevi nel Lazio sono un vicolo cieco

  Con una nota pubblicata sul sito istituzionale del Comune di Jenne si riepiloga l’analisi dell’incontro svoltosi lo scorso 12 settembre, ricalcando due concetti chiave: l’attribuzione di maggiori poteri alla Comunità dei sindaci nella programmazione economica e l’esclusione dei centri abitati dal perimetro dell’area protetta. Proposte che, analizzate alla luce del diritto amministrativo e ambientale, appaiono del tutto paradossali. I primi cittadini di due Comuni (Giorgio Pacchiarotti per Jenne e Francesco Graziani per Trevi nel Lazio), compresi nell’area verde più grande della Regione Lazio, dovrebbero infatti ben sapere che tali richieste sono giurisdizionalmente e istituzionalmente impraticabili. Proporle pubblicamente rivela una marcata impreparazione amministrativa o, peggio, una precisa volontà di speculazione politica. L’iniziativa promossa dalle due amministrazioni, focalizzata sulla richiesta di modificare la Legge Regionale n. 29/1997 e ridimensionare i vincoli del Parco Naturale Regionale dei Monti Simbruini, ripropone uno schema ampiamente collaudato: la ricerca di un capro espiatorio esterno per mascherare l’assenza di una reale visione di amministrazione.
Promettere ai residenti la cancellazione dei vincoli e il superamento delle procedure autorizzative attraverso la riperimetrazione è un mero specchietto per le allodole. La narrazione secondo cui basti uscire dal perimetro del Parco per svincolarsi dalla burocrazia sconta un’omissione fondamentale: gran parte del territorio dei Monti Simbruini, centri urbani inclusi, è sottoposta ai vincoli paesaggistici e ambientali di derivazione statale introdotti dalla celebre Legge Galasso (oggi recepita nel Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, D.Lgs. 42/2004). Nell’ipotesi remota in cui la Regione Lazio decidesse di modificare i confini del Parco, i vincoli paesaggistici statali rimarrebbero pienamente operativi. Di conseguenza, i cittadini non otterrebbero alcuna deregolamentazione: semplicemente, anziché interfacciarsi con l’Ente Parco, soggetto con il quale i Comuni possono stringere convenzioni ed accordi di delega diretta per velocizzare le pratiche, sarebbero costretti a inoltrare ogni richiesta alla Soprintendenza o agli uffici regionali, affrontando iter burocratici ancora più complessi, lunghi e rigidi.  Non meno irrealistica risulta l’altra rivendicazione cardine: il paventato incremento dei poteri di decisione economica in capo alla Comunità dei sindaci. Il quadro normativo vigente (dalla legge quadro nazionale n. 394/1991 alla stessa L.R. 29/1997) assegna alla Comunità del Parco funzioni squisitamente consultive e propositive. Affidare a tale organo poteri digestione diretta o di indirizzo vincolante sulle risorse finanziarie dell’Ente scardinerebbe l’architettura istituzionale degli enti regionali, creando peraltro un corto circuito contabile, tra chi decide la spesa e chi ne risponde legalmente davanti alla Corte dei Conti. Vi è poi una profonda incoerenza di fondo: si pretende di aumentare il proprio peso politico e decisionale sulle risorse economiche del Parco e, contemporaneamente, ci si batte per sfilare il proprio territorio dall’area protetta. La Comunità dei sindaci possiede già oggi importanti strumenti per incrociare la programmazione dell’Ente (dai pareri obbligatori sui bilanci alle proposte per il Piano del Parco): rivendicare “più poteri” mentre si sceglie la via della contrapposizione permanente significa usare le istituzioni come pretesto polemico anziché come strumento di governo. Il dato politico più evidente è infatti il progressivo isolamento della linea condotta da Jenne e Trevi nel Lazio rispetto agli altri sei Comuni della Comunità del Parco. Mentre la maggior parte delle amministrazioni locali ha scelto la via della cooperazione istituzionale, sedendo ai tavoli di programmazione ed elaborando progetti strategici, Jenne e Trevi proseguono lungo la strada dello scontro. I risultati di queste due impostazioni strategiche sono nettamente divergenti:            La via della collaborazione dimostra nei fatti che l’Ente Parco costituisce il canale privileged per intercettare finanziamenti regionali ed europei, riqualificare il patrimonio pubblico, valorizzare i borghi e promuovere un turismo sostenibile capace di generare indotto economico. La via dello scontro produce esclusivamente comunicati stampa, annunci ad effetto e delibere prive di concreta efficacia, lasciando i territori isolati e privi delle risorse necessarie a risolvere i problemi quotidiani.
A riprova del fatto che l’area protetta rappresenta una leva finanziaria e non un freno allo sviluppo parla la storia recente dello stesso Comune di Trevi nel Lazio. Durante la passata amministrazione guidata dal sindaco Silvio Grazioli, il rapporto con l’Ente Parco fu impostato sulla concertazione e sulla progettualità. Quell’approccio pragmatico permise a Trevi nel Lazio di attrarre la quota maggioritaria degli investimenti e dei finanziamenti destinati all’area protetta, convertendo le risorse pubbliche del Parco in infrastrutture turistiche, opere pubbliche e interventi ambientali di cui la collettività fruisce tuttora. Mentre Jenne e Trevi nel Lazio scelgono la strada della contrapposizione ideologica, dipingendo l’Ente Parco come un ostacolo insormontabile, la prassi amministrativa degli altri Comuni conferma che la cooperazione istituzionale è l’unico strumento efficace per incidere sulle decisioni, attrarre fondi e risolvere le criticità del territorio. Cavalcare battaglie giuridicamente perse in partenza e sventolare la chimera di modifiche legislative irrealizzabili serve unicamente a gettare fumo negli occhi dei cittadini. Una scelta che penalizza le comunità locali, trasformando quella che dovrebbe essere un’opportunità di tutela e crescita socio-economica condivisa in un pretesto per una sterile e continua guerriglia politica. Il nodo si chiarirà, il prossimo 26 settembre, data in cui è stata convocata l’Assemblea dei sindaci della Comunità del Parco. Sarà quella la sede istituzionale in cui Jenne e Trevi nel Lazio dovranno chiarire se intendono proseguire su questo binario morto di isolamento e propaganda o se, abbandonando la retorica dei proclami, preferiranno finalmente rientrare nell’alveo di un confronto democratico e concreto nell’interesse esclusivo delle proprie comunità.
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