Un fenomeno positivo ma anche negativo
L’influenza del consumismo in Italia è profonda e duale. Ha stimolato la crescita economica, l’innovazione e l’occupazione, ma ha generato anche impatti negativi come spreco di risorse, inquinamento e disuguaglianze sociali. Attualmente, si assiste a un cambiamento verso un “de-consumismo”. Gli italiani mostrano maggiore attenzione alla sostenibilità, al risparmio e alla qualità, privilegiando beni utili e il mercato dell’usato, mostrando preoccupazione per l’inflazione e per i prezzi dei beni essenziali.
Effetti positivi
Il consumismo ha contribuito alla crescita economica attraverso l’aumento della domanda di beni e servizi. L’induzione all’acquisto di beni, a volte superflui, ha generato l’aumento produttivo. Ne è conseguito un incremento dell’occupazione e anche l’aumento dei prezzi al consumatore finale, quindi un maggiore introito per le aziende produttrici. Inutile poi considerare che questo ha portato ad un maggiore PIL e ad una ricchezza (seppure differenziata) in tutto il Paese.
Miglioramento dei prodotti
L’innovazione tecnologica ha spinto le aziende a innovare per soddisfare le esigenze dei consumatori, stimolandoli all’acquisto, ad esempio nel settore della telefonia e degli elettrodomestici. Di fondo, la spinta a far meglio è figlia della concorrenza e della conquista di più ampie quote di mercato, che assicurano la prosperità di un’azienda. In ogni caso il beneficio ricade sul consumatore finale, che però paga la qualità, anche a caro prezzo.
Evoluzione sociale
Il consumismo ha portato ad un miglioramento del tenore di vita. Durante il “miracolo economico” o “boom economico” del secondo dopoguerra (dagli anni ’50 agli anni ’60), l’aumento dei redditi e dei consumi ha migliorato il tenore di vita degli italiani. Ha consentito l’accesso a beni e servizi precedentemente inaccessibili. Ma ha anche favorito l’indebitamento dovuto alla diffusione delle cambiali, quei titoli cioè, di pagamenti programmati a scadenza. Gli italiani hanno così imparato a “spendere” il denaro non ancora guadagnato, mandando in cantina il concetto del “salvadanaio”
Operatori pubblicitari, un lavoro per tanti
Odiata da molti, ma ben sopportata da altri, la pubblicità è parte attiva del consumismo. Essa permette la vita, ad esempio, alle televisioni commerciali, alle radio, ad alcune riviste e giornali diffusi gratuitamente e ad un sacco di altre cose, come i siti Internet. Invasiva a volte, spiritosa in altri casi, prepotente e insopportabile in altre occasioni. Ma sempre con la stessa finalità. C’è chi si sofferma addirittura a farne argomento di studio antropologico. La pubblicità e gli operatori pubblicitari sono anche loro figli del consumismo. Un esercito di persone che produce pubblicità per vivere. Un lavoro cresciuto nel tempo, che invade sempre più le nostre vite con “preziosi consigli per gli acquisti”.
Impatti negativi
Gli aspetti negativi più evidenti del consumismo posso essere riassunti in due grandi fenomeni: lo spreco di risorse e l’inquinamento. La produzione su larga scala ha portato a uno stragrande consumo di risorse naturali, all’aumento dell’inquinamento e alla produzione di rifiuti. Quest’ultima poi nel tempo è diventata un problema dalle dimensioni di difficile gestione da parte delle amministrazioni. Un argomento poi che è divenuto negli ultimi anni un tema importante è lo spreco del cibo nei Paesi più industrializzati.
Disparità delle classi sociali
Il consumismo ha senz’altro accentuato le disuguaglianze sociali, poiché l’accesso ai beni di consumo è avvenuto in modo disomogeneo. Questo aspetto assume gravità a livello emotivo-esistenziale, poiché i meno abbienti cercano di raggiungere i benestanti nell’assurda gara del chi sfoggia di più. Una battaglia persa in partenza perché i prodotti elitari, sono chiaramente destinati ad un pubblico di fascia alta e restano pressoché inaccessibili a stipendi ordinari. L’indole del cittadino medio però, induce a riprodurre in piccolo la parvenza di uno status superiore. Fumo negli occhi, ovviamente, ma che dà l’illusione di ricchezza, appagando di il bisogno di apparire, di “contare” nella società.
Insoddisfazione e ansia
A livello individuale, la corsa consumistica, può portare a un senso di insoddisfazione e ansia, legati alla continua ricerca di nuovi e migliori prodotti. Le famiglie, non sempre senza sforzi, sono orientate alla ricerca del top. Le merci che il mercato propone invecchiano rapidamente, perché sono superate da nuovi articoli che magari differenziano in poche caratteristiche. Questo basta perché si decida di cambiare il vecchio aspirapolvere (ancora ben funzionante) in favore del nuovo con più lucine, che promette risultati senza eguali.
Tendenze attuali
Da qualche tempo le statistiche mostrano una tendenza al “de-consumismo” Si osserva un’abitudine a consumare meno, specie per beni non essenziali, privilegiando l’essenziale e il riciclo. Le implicazioni sono il risparmio e l’abbattimento degli sprechi. Anche se, sul primo punto, sorgono non poche perplessità perché piuttosto che di “risparmio” si dovrebbe parlare di “impossibilità di spendere di più”. Il maggiore artefice di questo fenomeno è la perdita del potere d’acquisto dei salari, inutile negarlo.
Crescente attenzione alla sostenibilità
L’aumento degli sforzi per evitare sprechi e riciclare prodotti conduce, anche non volendo, all’attenzione per l’ambiente, per l’ecologia, per la natura in generale. Piuttosto che gettare un flacone vuoto di detersivo, questo viene riutilizzato per acquistarne altro “sciolto”, proprio come si faceva un tempo anche per i prodotti alimentari…
Fiducia nel digitale
L’uso di app di shopping e l’influenza dei social media stanno trasformando il mercato al dettaglio, offrendo nuove opportunità e flessibilità ai consumatori. Per alcuni prodotti, i canali della vendita online offrono opportunità vantaggiose. Anche i supermercati hanno iniziato ad adottare la politica dell’acquisto on line, sia con la consegna a domicilio, sia col ritiro delle merci ordinate in un punto vendita. In questo caso “la spesa” finisce col limitarsi agli acquisti necessari, cosa impossibile da fare recandosi al supermarket, dove l’occhio cade su prodotti non previsti che finiscono nel carrello.
Preoccupazione per l’inflazione
Permangono preoccupazioni per l’aumento dei prezzi, soprattutto di beni essenziali come cibo e utenze, che incidono sui consumi e sulle aspettative future. Un problema però che esonera dalla volontà del consumatore e che invece spetta alla politica, o spetterebbe, se questa non si lasciasse “tirare per la giacchetta” dalle corporazioni. Ma questo, rischia di sfociare in un ragionamento retorico che, meriterebbe una disquisizione a parte.
I punti trattati sommariamente su consumismo e de-consumismo non sono esaustivi e offrono il fianco a ragionamenti ulteriori che per ovvie ragioni di spazio non affronteremo qui. Resta però fondamentale la presa di coscienza che stiamo vivendo un’inversione di tendenza. Nessuno si illude che il consumismo svanirà dalle nostre vite. Ma se nel nostro piccolo, riuscissimo ad allontanarci un po’ da questo meccanismo puramente economico, scopriremmo una maggiore autonomia decisionale. E come recitava una vecchia pubblicità della birra: “meditate gente, meditate!”.
Foto: lacapannadelsilenzio.it