Precari, laureati in fuga all’estero, disoccupati

Laureati disoccupati: campioni di positività inespressa

Il neolaureato italiano è colui che ha appena conseguito un titolo prestigioso dopo anni di sacrifici, esami, tesi, caffè e nottate… A volte però, per conquistare il nulla. Il tasso di occupazione tra i laureati italiani 30/34enni è del 75,4%, contro la media UE di 87,7%. Il triste esito è una virtuale sala d’aspetto lunga e lezioni di resilienza. Nel frattempo, ci si può sempre arrangiare con contratti precari in quantità. Il 40% dei laureati nei primi tre anni lavora con contratti che durano quanto un pacco di biscotti. Ma i conteggi ufficiali dell’occupazione segnano ogni accesso al lavoro e poco importa se è solo per 3 mesi.

Fuga dei cervelli: quando i migliori fuggono (e non tornano)

Il sistema, con grande sforzo, forma cervelli e poi li regala al mondo. Una generosità invidiabile. Secondo Orizzonte Scuola Notizie, ogni anno perdiamo circa 21.000 laureati, con un saldo medio negativo di 16.000 l’anno nell’ultimo decennio. Non è che amiamo l’esilio, è che l’Italia continua a offrire il pacchetto “stipendio basso + burocrazia + zero prospettive”, una porta aperta per i talenti in fuga. Anzi, a dirla tutta, i cervelloni all’estero guadagnano in media il 56-59% in più nei primi 5 anni post laurea rispetto agli italiani, come spiega TGCOM24.

Ringraziamo gli enti…

L’Italia però non sta mica a guardare. Vuole i cervelli indietro. Incentivi fiscali, bandi regionali, persino un “cappello magico” per far tornare i talenti. Ne sono tornati solo 6.000 nel 2023, contro più di 21.000 che se ne sono andati. Forse dovremmo iniziare a regalar loro posti fissi, o almeno una spilla con scritto “Bentornato… peccato per il precariato”.

Contesto globalizzato o catastrofe annunciata?

Alcuni lo chiamano ottimisticamente “fenomeno globalizzato” ma qui è un’emorragia, senza metafore. Stando ai dati di Skuola.net: “quasi metà degli emigrati tra i 18 e 34 anni sono laureati”. In Italia, il 19,5% dei laureati 30enni è disoccupato e un altro 19% svolge lavori che non richiedono laurea.

L’amara riflessione

Formiamo un esercito di cervelli (uno su due, più o meno), per poi mandarli a combattere altrove. Il problema è che non tornano. E noi restiamo qui, a contare le ossa dei talenti dispersi, mentre li finanziamo e li imballiamo per l’esportazione. Il futuro dell’Italia? Una fuga di cervelli (o brain drain per chi ama l’inglese) con doccia di dati, numeri, sarcasmo inevitabile e forse anche un pizzico di autolesionismo. La politica forse non vede, oppure è distratta, ma un Paese con queste caratteristiche perde competitività ogni giorno di più.

Foto: wallstreetitalia.com

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