
A Roma basta la parola “moschea” e il dibattito politico passa immediatamente da riunione municipale a remake di una puntata infinita di Porta a Porta. E infatti, mentre nei corridoi capitolini già si scaldano i motori per le comunali del 2027, nel V Municipio è esplosa una nuova grana destinata a far discutere parecchio.
Una promessa disattesa
Nel centro della bufera finisce la giunta del presidente Mauro Caliste. Accusata da una parte dell’associazionismo islamico romano di aver lasciato nel cassetto una delle promesse più delicate fatte a inizio mandato. Mettere ordine nella questione dei luoghi di culto musulmani e regolarizzare gli spazi utilizzati come moschee improvvisate.
Ad accendere la miccia è stata l’associazione “MuRo 27 – Musulmani per Roma 2027”. Attraverso Francesco Tieri, ingegnere romano convertito all’Islam e volto piuttosto conosciuto nella periferia est della Capitale, ha lanciato un affondo pubblico.
Sale di culto. Che fine ha fatto la regolamentazione?
Tieri, alle primarie del centrosinistra del 2021 aveva giocato la sua partita proprio nel V Municipio. E ha ricordato che nel programma elettorale della coalizione compariva nero su bianco un impegno preciso. Censire le sale di preghiera presenti sul territorio, verificarne sicurezza e conformità urbanistica e avviare finalmente un percorso di riconoscimento ufficiale. Insomma, passare dal “si vedrà” al “facciamolo davvero”. Missione che, secondo i critici, si sarebbe persa tra burocrazia, rinvii e il classico sport romano dello scaricabarile.
“Era un progetto costruito insieme”, dice Tieri nel video diffuso online. “L’obiettivo era affrontare una questione che il territorio si trascina da anni. Oggi però viene spontaneo chiedersi: alla fine, cosa è stato fatto concretamente?”.
I luoghi di preghiera nei luoghi improvvisati
Il nodo riguarda soprattutto le numerose sale di preghiera nate negli anni dentro ex negozi, magazzini e seminterrati sparsi nel quadrante est della città. Spazi spesso utilizzati senza un chiaro inquadramento urbanistico e che, puntualmente, diventano terreno fertile per ricorsi, polemiche e proteste dei residenti. In pratica, ogni apertura rischia di trasformarsi in una mini guerra di quartiere con annesso festival del comunicato stampa indignato.
La moschea di Centocelle
Un esempio emblematico è quello della moschea di piazza delle Camelie, a Centocelle, da tempo al centro di un intricato labirinto burocratico e giudiziario. La struttura era stata sequestrata preventivamente prima che il provvedimento venisse poi revocato. Si riaccese così il solito scontro tra chi invoca integrazione e diritto di culto e chi invece teme la nascita di nuovi spazi religiosi sul territorio.
Ora l’associazione chiede a Municipio e Campidoglio di affrontare la questione in modo organico, smettendo di rincorrere emergenze e carte bollate. Sul tappeto c’è la richiesta di individuare luoghi conformi alle norme di sicurezza e urbanistiche, idonei a garantire contemporaneamente libertà religiosa e tutela dei residenti.
La discussione riprende quota proprio nel momento politicamente più sensibile. Con la lunga corsa verso il dopo-Gualtieri già partita ufficiosamente. Perché a Roma le campagne elettorali iniziano sempre “ufficiosamente”, salvo poi durare più dei lavori della Metro C. Il tema dei luoghi di culto può diventare uno dei campi di battaglia più infuocati tra maggioranza e opposizione nei prossimi mesi. Sarà interessante seguirne gli sviluppi.
Foto della moschea di Centocelle, tratta dal web
















