
La Commissione europea ha deciso di bussare alla porta di Budapest (di nuovo) aprendo una procedura d’infrazione contro l’Ungheria. Colpevole di aver preso un po’ troppo alla leggera la nuova legge Ue sulla libertà dei media (Emfa) e sugli obblighi della direttiva sui servizi audiovisivi. La normativa, in vigore dall’8 agosto ha l’ambizioso obiettivo di promuovere pluralismo e trasparenza nell’informazione dentro l’Ue. Obiettivo che, a quanto pare, non rientra esattamente nel pacchetto “priorità” del governo di Orban.
Cos’è l’Emfa
Con l’acronimo Emfa si intende l’European Media Freedom Act, un Regolamento europeo riguardante la garanzia per la libertà e la pluralità dell’informazione. La norma, a firma della presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, è completamente entrata in vigore dall’8 agosto 2025.
Nessuna tutela alle fonti e ai giornali
Secondo Bruxelles, infatti, il sistema magiaro non protegge minimamente le fonti giornalistiche e nemmeno le comunicazioni che dovrebbero essere riservate. Per non farsi mancare nulla, manca pure un meccanismo giudiziario efficace quando questi diritti vengono calpestati. Dal resto del mondo le critiche su come Budapest gestisce la libertà di stampa si susseguono da anni, e non certo per caso. Anche gli stessi media ungheresi, quando possono, lo dicono apertamente.
La legge per controllare media e ong
A questo si aggiunge l’ultima brillante trovata legislativa targata Fidesz (il partito di Viktor Orban), presentata a maggio. Una legge che permette di sorvegliare media e ong che osano ricevere denaro “straniero”, corredandola con un bell’elenco ufficiale. Perché la trasparenza va bene, purché serva a controllare meglio.
Naturalmente, non finisce qui. La Commissione segnala anche che l’Ungheria ignora allegramente una serie di obblighi europei. “L’indipendenza dei media pubblici, la chiarezza sulla proprietà delle testate, le verifiche sulle concentrazioni nel settore e i criteri per distribuire la pubblicità statale”. Ovviamente per il governo sono dettagli insignificanti, però, secondo Bruxelles hanno la fastidiosa tendenza a influenzare pluralismo e concorrenza nel settore della comunicazione.
L’Ungheria sotto esame: e ora che succede?
Ora Budapest ha due mesi per rispondere e spiegare perché tutto questo non sarebbe un problema. Se l’Ue non dovesse apprezzare le giustificazioni, la Commissione potrà preparare un parere motivato, l’anticamera del possibile viaggio dell’Ungheria davanti alla Corte di giustizia. Ma siamo sicuri che Orbán abbia già pronte alcune spiegazioni creative, originali e ben motivate dalla ragione di Stato. Chissà se la Ue riuscirà a condividerle?
Foto: slobodenpecat.mk

















