Il governo Barcolla ma non molla
Nelle file della destra, non si è ancora spento lo sdegno per la votazione della Plenaria Ue sul caso di Ilaria Salis, voto che salva la deputata di Avs dal ritorno alle carceri ungheresi. La levata di scudi contro questa decisione ha addirittura creato qualche increspatura in più anche tra i due vicepremier Tajani e Salvini. Quest’ultimo infatti ha addirittura mosso accuse di “tradimento”, non indirizzate tuttavia, direttamente a Forza Italia. E ha definito il voto segreto: “un trucchetto”. Ora, sul caso Almasri, è la sinistra a lamentare la decisione della Camera di non procedere nei confronti dei ministri Nordio e Piantedosi e del sottosegretario di Stato alla Camera, Mantovano.
Ora, volendo disquisire sulle due vicende, l’accostamento appare per lo meno generoso. Perché da una parte c’è una violenta che picchia un neofascista (come la stessa vittima si è definita), mentre dall’altra, c’è un generale libico, torturatore, assassino. Insomma due figure di diverso peso, sebbene oggetto entrambe di scontro politico/partitico.
La camera nega il procedimento
La maggioranza fa scudo ai suoi. La Camera stamani ha respinto la richiesta di procedere contro i ministri Carlo Nordio (Giustizia) e Matteo Piantedosi (Interno) e contro il sottosegretario Alfredo Mantovano. Tutti coinvolti nella telenovela del generale libico Osama Almasri, prima arrestato, poi liberato e rispedito a casa con biglietto di ritorno pagato dallo Stato italiano.
Il voto: tre poltrone, tre votazioni e… nessuna sorpresa
Giovedì 9 ottobre a Montecitorio si è giocata la solita partita: tre votazioni segrete, ma il risultato era più prevedibile di un finale di soap.
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Nordio: 251 sì, 112 no.
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Piantedosi: 256 sì, 106 no.
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Mantovano: 252 sì, 112 no.
Anche la premier Giorgia Meloni, stavolta nei panni di semplice deputata, ha partecipato al voto, giusto per supervisionare personalmente il “salvataggio multiplo”. Alla fine, la Camera ha detto no all’autorizzazione a procedere. Quindi: non ci sarà alcun processo, archiviazione e tutti a casa felici e contenti.
Pare, però, che tra i banchi dell’opposizione ci siano stati 15-20 “franchi tiratori” dal pollice facile, che hanno votato insieme al centrodestra per tenere a galla i tre membri del governo. La solidarietà, si sa, non ha colore politico.
“Lo abbiamo fatto per l’interesse dello Stato” (e anche per dormire tranquilli)
In aula, Pietro Pittalis di Forza Italia ha spiegato che la decisione sul rimpatrio del generale libico va “letta nel contesto di estrema tensione in Libia”. In pratica: se non lo rimandavamo indietro, rischiavamo guai peggiori. Tutto, ovviamente, nel nome della “ragion di Stato”, quell’espressione che magicamente giustifica più o meno qualsiasi cosa, dalle intercettazioni fino ai voli di Stato.
“Non è stata una resa, ma una scelta di responsabilità”, ha aggiunto Pittalis. Insomma, niente pressioni, solo “prudenza istituzionale”.
Un po’ come se le forze dell’ordine decidessero di non arrestare un boss mafioso per timore di ritorsioni alla cittadinanza. Una motivazione che, magari anche lo stesso Pittalis, non crede condivisibile. Chi può dirlo?
Nordio coraggiosamente attacca: “Il Tribunale dei ministri? Un disastro giuridico”
A bocce ferme, scampato il pericolo, il ministro della Giustizia Carlo Nordio non si è risparmiato e ha attaccato il Tribunale dei ministri. Anche perché ormai il voto lo aveva incassato, quindi non temeva più di provocare stizza. “Il Tribunale dei ministri ha fatto uno strazio delle norme più elementari del diritto. Mi stupisco che non gli siano volati i codici dalle mani”. Un commento misurato e sobrio, come sempre. Poi, per stemperare la tensione, un baciamano a Meloni, qualche pacca sulle spalle e applausi in corridoio.
Tutti salvi? Non esattamente!
Salvi i ministri, resta però una figura appesa a un filo: Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto di Nordio ed ex deputata di Forza Italia. È stata iscritta nel registro degli indagati dalla Procura di Roma per false informazioni al pubblico ministero. Avrebbe detto cose non proprio accurate (o taciuto altre) sull’affaire Almasri.
Il reato contestato è quello previsto dall’articolo 371 bis del Codice penale, che può costare fino a quattro anni di reclusione. Ma niente paura: in Italia le indagini sono lunghe, e la memoria corta. Una strada per salvare anche Bartolozzi si troverà senz’altro. Anche perché se la signora avesse mentito davvero quando è stata ascoltata dal Tribunale dei ministri, sicuramente lo avrà fatto per proteggere qualcuno, no?
Nella foto, tratta da Il Fatto Quotidiano: Nordio, Piantedosi, Meloni



















