Chiude la stazione ferroviaria di Salone: tra degrado, sicurezza e proteste

Dal 25 Luglio I treni non fermeranno più nella fermata di Salone a  Roma Est: “Troppo pericolosa e poco utilizzata”. Ma residenti e associazioni si mobilitano.

La stazione ferroviaria di Salone, nella periferia est della Capitale, non sarà più servita dai treni della linea FL2 (Roma–Tivoli–Avezzano–Pescara). Una decisione maturata dopo mesi di valutazioni da parte di Trenitalia e Regione Lazio, che ha suscitato immediate polemiche da parte dei residenti, dei comitati di quartiere e delle associazioni.

Una storia di degrado e insicurezza

La chiusura della fermata – che si trova tra Case Rosse e Settecamini – è stata giustificata ufficialmente con motivi legati all’ordine pubblico e alla sicurezza. Negli ultimi anni l’area è stata oggetto di ripetuti atti vandalici: macchinette obliteratrici divelte, impianti elettrici danneggiati, furti nelle auto parcheggiate e uno stato di abbandono che ha reso la stazione di fatto impraticabile, specie nelle ore serali.

Un ruolo non secondario, secondo le istituzioni, lo avrebbe anche la prossimità al campo nomadi autorizzato di Salone, distante appena 200 metri dalla fermata. Un aspetto che ha acceso ulteriormente la polemica sul piano sociale.

60 utenti al giorno: troppo pochi per restare aperta

Oltre ai problemi strutturali e di sicurezza, a pesare è stato anche il basso numero di passeggeri: secondo i dati forniti da Trenitalia, sono circa 60 al giorno gli utenti della stazione, una media troppo bassa per giustificare la fermata dei convogli lungo la linea regionale.

La soppressione, secondo i tecnici, permetterà di snellire la percorrenza dei treni sulla FL2 e migliorare l’efficienza complessiva del servizio.

Un copione già visto: tre milioni di euro spesi per nulla?

La storia si ripete: la stazione era già stata chiusa tra il 2002 e il 2010 per motivi analoghi, salvo poi essere riaperta dopo un costoso intervento di ristrutturazione, finanziato con circa 3 milioni di euro di fondi pubblici. Un investimento oggi rimesso in discussione da questa nuova chiusura, che alcuni definiscono “una sconfitta per la periferia”.

La protesta dei cittadini e delle associazioni

Non si sono fatte attendere le proteste da parte dei comitati di zona e delle associazioni attive nel sociale, come l’Associazione 21 Luglio. Secondo i promotori delle mobilitazioni, la scelta penalizza un’intera fetta di popolazione già priva di adeguati collegamenti e rappresenta un gesto di discriminazione indiretta, con un impatto negativo anche sugli abitanti del campo nomadi che usavano la stazione per raggiungere il centro città.

Anche il CeSMoT – Centro Studi sul Movimento dei Trasporti – ha espresso perplessità: “Abbiamo speso milioni per riaprire una stazione che ora torna a essere un guscio vuoto. Un’occasione persa per integrare, non per chiudere”.

Possibile riapertura? Solo con un piano sicurezza

La Regione Lazio ha lasciato aperta una flebile speranza: la fermata potrebbe riaprire a settembre, ma solo a fronte di un piano concreto di sicurezza, che preveda interventi di riqualificazione, sorveglianza fissa, presenza delle forze dell’ordine e un maggior coinvolgimento del Comune di Roma e dei cittadini.

Per ora, però, il destino della stazione di Salone sembra segnato: un’altra periferia che perde un pezzo importante del proprio tessuto urbano e sociale.

Un commento forte a questa notizia arriva con una nota da Roberto Riccardi, Commissario UDC Roma e Città Metropolitana:

LA RESA DI SALONE

“La stazione ferroviaria di Salone chiude. Per sempre. Non per lavori, non per ammodernamento. Chiude per “ingestibili problemi di ordine pubblico” su decisione della Regione Lazio e di Ferrovie dello Stato, perché lo Stato italiano alza bandiera bianca davanti al Campo Rom adiacente.
In questo momento, qualche PM starà già preparando l’archiviazione per l’ennesimo borseggiatore arrestato stamattina. Domani tornerà in strada.
La CGIL organizzerà un presidio per i “diritti dei lavoratori precari della metropolitana”, così chiamano ora chi ti svuota le tasche. Il PD emetterà un comunicato sulla “criminalizzazione della povertà”.
La sequenza è nota: degrado, denunce dei residenti, silenzio delle istituzioni, escalation criminale, chiusura.
A Roma come a Milano, dove morti come Rami Elgaml diventano martiri e chi scappa dai carabinieri diventa vittima. Dove nominare l’evidenza, ovvero che certe comunità producono tassi di criminalità insostenibili, equivale a una condanna per razzismo.
La magistratura che rilascia sistematicamente? “Garantismo”.
I residenti che protestano? “Intolleranza”.
Le forze dell’ordine che intervengono? “Repressione”.
I pendolari che non possono più prendere il treno? Silenzio. Non esistono. Sono il prezzo da pagare sull’altare del politicamente corretto.
C’è un’intera classe dirigente che preferisce chiudere stazioni piuttosto che chiudere campi abusivi. Che trasforma ogni delinquente in vittima del sistema e ogni cittadino derubato in fascista se osa protestare. Che ha sostituito il codice penale con il catechismo del buonismo peloso.
Salone oggi, domani un’altra stazione, dopodomani un intero quartiere. Quando Regione e FS fuggono, il messaggio è chiaro: questo territorio non è più nostro.
E mentre i cittadini onesti contano le stazioni perdute, qualcuno continua a contare i voti del vittimismo organizzato.
Forse la prossima stazione da chiudere è già stata scelta. Resta solo da capire se qualcuno avrà il coraggio di invertire la rotta prima che l’intero Paese diventi zona franca.”