L’Italia non assolve ai propri impegni internazionali: la Corte penale internazionale accusa Roma di inadempienza
L’Italia è finita ufficialmente sotto accusa per aver calpestato i propri obblighi di cooperazione internazionale. Secondo la Camera preliminare I della Corte penale internazionale (CPI), il governo italiano non ha rispettato la richiesta di arresto e consegna del generale libico Almasri, ignorando in modo clamoroso gli impegni presi con la comunità internazionale. La Corte, pur non procedendo ancora col deferimento formale all’Assemblea degli Stati parte o al Consiglio di sicurezza dell’ONU, ha lasciato intendere che la posizione dell’Italia è gravemente compromessa. Roma dovrà ora fornire entro il 31 ottobre spiegazioni convincenti su eventuali procedimenti interni e sul modo in cui questi influenzano la sua collaborazione con la Corte.
Un governo che ignora la legge internazionale
Le tre giudici dell’Aja: Iulia Motoc, Reine Alapini-Gansou e Maria del Socorro Flores Liera, hanno stabilito all’unanimità che l’Italia ha agito con negligenza e mancanza di trasparenza. Non utilizzando i mezzi necessari per rispettare le richieste della CPI.
Nel documento si sottolinea che il governo non ha fornito alcuna giustificazione giuridica plausibile per il trasferimento frettoloso di Almasri in Libia. Trasferimento avvenuto senza consultare la Corte, né tentare di sanare eventuali irregolarità nella procedura di arresto.
In sostanza, Roma avrebbe scelto di ignorare la Corte penale internazionale, mettendo al primo posto logiche politiche e convenienze diplomatiche invece della giustizia.
Dialogo mancato e responsabilità politiche
Le giudici hanno ricordato che, nonostante l’ampio tempo concesso e i ripetuti tentativi di contatto, il ministero della Giustizia italiano non ha mai mostrato la minima disponibilità a cooperare. L’Italia avrebbe volutamente eluso ogni confronto con la Corte, bloccando di fatto la possibilità per la CPI di esercitare le proprie funzioni. Il governo ha tentato di giustificare il rimpatrio del generale invocando presunti “motivi di sicurezza” e un “rischio di ritorsioni”. La Corte però, ha liquidato tali spiegazioni come deboli e non credibili, sottolineando l’assurdità di un trasferimento aereo verso la Libia in tali condizioni.
Scuse inaccettabili e violazione della legge internazionale
Le tre giudici hanno inoltre ricordato che le leggi interne non possono essere usate come scudo per evitare la cooperazione con la giustizia internazionale. La tesi italiana è stata quindi respinta con fermezza: un Paese che si vanta di appartenere al consesso democratico occidentale non può scegliere arbitrariamente quali obblighi rispettare e quali ignorare. Nonostante la gravità della violazione, la Corte ha deciso (a maggioranza e col dissenso della giudice messicana Flores Liera) di concedere un’ultima proroga fino al 31 ottobre. Entro tale data, il governo dovrà chiarire ogni aspetto della vicenda, incluso l’eventuale coinvolgimento della premier Giorgia Meloni, dei ministri Carlo Nordio e Matteo Piantedosi, e del sottosegretario Alfredo Mantovano.
In definitiva, la decisione della CPI rappresenta una sonora sconfitta per l’Italia sul piano del diritto internazionale. Roma, anziché difendere i principi di giustizia e cooperazione su cui si fonda la Corte, ha preferito proteggere un generale libico ricercato, compromettendo la propria credibilità e isolandosi ulteriormente nello scenario globale.
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