Puccio Fede, fratello di Emilio: Ci vedeva come parenti poveri

Puccio Giuseppe Fede, che nella vita ha fatto il documentarista e oggi è un arzillo novantenne, è il terzo fratello di Emilio Fede, scomparso il 2 settembre scorso. Con una punta di nostalgia e, diciamolo, un filo di autoironia, ha ripercorso la storia della sua famiglia e soprattutto del fratello diventato “il VIP di casa”.

Quattro fratelli

Eravamo in quattro: Antonio, il primo, nato nel 1927, un piccolo imprenditore con sogni medio-piccoli. Poi arrivò Emilio, nato nel 1931, il giornalista che tutti conoscono, il luminare del microfono e della telecamera. Io, Puccio, sono il terzo, classe 1935, documentarista con discrezione. E infine Carlo, il contabile, nato nel 1941. Ora l’unico superstite sono io, una specie di Highlander della famiglia Fede”, ha raccontato al Corriere della Sera.

Il nostro modo di volerci bene

Non è che ci vedessimo spesso, eh… però, a modo nostro, ci volevamo bene” ha ricordato, precisando con un sorriso amaro. “Lui però ci vedeva un po’ come i parenti poveri. Al matrimonio della prima figlia mi invitò, al secondo no… forse perché c’era Berlusconi e serviva gente di un certo livello. Ma abbiamo condiviso pure avventure da film, come la fuga dall’Etiopia in piena guerra mondiale”.

Addis Abeba

Il padre, racconta Puccio, era un poliziotto con base ad Addis Abeba ai tempi del conflitto. Si occupava di controspionaggio. “Papà fu poi rimpatriato dopo la guerra, grazie all’intervento potente di un monsignore. Restò in polizia e finì a dirigere, da maresciallo, il commissariato di Ostia. Quando papà arrestava qualcuno Emilio origliava al suo ufficio e poi telefonava al Messaggero o al Momento Sera per dare la notizia, da giornalista in erba”.

Poi ricorda che Emilio “si inventò pure un settimanale e per la grande inaugurazione convinse Silvana Pampanini a partecipare. Poi, per riportarla a Roma, non sapendo come fare, la caricò su un camion… professionalità sopra ogni cosa”.

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