Roma perde 14.500 negozi in cinque anni: il commercio di vicinato sotto pressioneCentri commerciali, Negozi di Prossimità,

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Dal 2020 al 2025 nella Capitale è sparito quasi un esercizio su quattro. A pesare sono e-commerce, costi crescenti e cambiamento delle abitudini di consumo.

Il tessuto commerciale di Roma si sta assottigliando a un ritmo preoccupante. Negli ultimi cinque anni la Capitale ha registrato una forte riduzione delle attività di vicinato, un fenomeno che incide non solo sull’economia cittadina ma anche sulla vivibilità dei quartieri e sulla tenuta del tessuto sociale.

Secondo un’analisi di Confartigianato Roma, tra il 2020 e il 2025 il numero delle attività commerciali è sceso da 63.158 a 48.629 esercizi, con una perdita di circa 14.500 attività, pari a una riduzione del 23%. Un dato che fotografa una trasformazione profonda del commercio urbano, con botteghe e piccoli negozi sempre più in difficoltà.

Un fenomeno che riguarda tutta l’Italia

Il quadro romano si inserisce in una tendenza nazionale altrettanto critica. In Italia, tra il 2012 e il 2023, sono stati chiusi e non sostituiti oltre 111.000 negozi al dettaglio, con una contrazione di circa un’attività su cinque rispetto a dieci anni prima. Nello stesso periodo sono spariti più di 140.000 negozi di vicinato – alimentari, bar, edicole e frutterie – contribuendo al fenomeno della desertificazione commerciale, particolarmente evidente nei centri urbani.

Anche a livello locale emergono segnali allarmanti. Nel quadrante Est di Roma, analisi precedenti hanno evidenziato una riduzione delle attività superiore al 12% in pochi anni. In assenza di dati ufficiali disaggregati per Municipio, non è possibile stabilire con precisione l’impatto territorio per territorio, ma la tendenza negativa appare diffusa in tutta la città.

Le cause della crisi e le prospettive future

Le ragioni delle chiusure sono molteplici. L’espansione dell’e-commerce ha modificato le abitudini di acquisto, riducendo il flusso nei negozi fisici. A questo si aggiungono l’aumento dei costi di gestione – affitti, utenze e pressione fiscale – e gli effetti della fase economica post-pandemica, segnata da inflazione e incertezza, che hanno inciso sulla capacità di spesa delle famiglie.

Un ulteriore elemento è lo spostamento della domanda verso altri settori. Tra il 2012 e il 2023 le attività di alloggio e ristorazione sono aumentate di circa 9.800 unità, mentre il commercio tradizionale di beni ha continuato a ridursi, segnalando un cambiamento strutturale dell’economia urbana.

Il negozio di quartiere, tuttavia, non è destinato a scomparire nel breve periodo. Il rapporto diretto con il cliente, la fiducia e la conoscenza del territorio restano elementi distintivi. Allo stesso tempo, i piccoli esercenti sono chiamati a confrontarsi con una concorrenza sempre più forte, dai centri commerciali alle piattaforme online, che offrono prezzi competitivi e consegne rapide.

Sempre più famiglie alternano gli acquisti tra negozi sotto casa, grandi strutture e commercio elettronico. In questo contesto, la sola fidelizzazione non è sufficiente. Senza politiche di sostegno e strategie di adattamento, il rischio è che la riduzione delle attività commerciali continui a impoverire il tessuto economico e sociale dei quartieri romani.

Fonti:  Confartigianato Roma; Confcommercio – Ufficio Studi; ISTAT; Ministero delle Imprese e del Made in Italy